Coronavirus, l’Italia resta chiusa. Ma non a tutti

Da cinque giorni, gli italiani sono costretti a restare in casa per evitare il rischio di contagio da coronavirus. Purtroppo, però, le regole non sembrano valere per tutti

Ormai siamo al quinto giorno di reclusione forzata, di isolamento dentro le nostre case. Si può uscire per lavorare, fare la spesa, lo stretto necessario. Non si può girare a zonzo, non si può vivere una vita fuori dalle mura domestiche. E il motivo, lo sappiamo, è il grande nemico invisibile: il coronavirus.

Non vogliamo parlare di quest’emergenza, ora, no: siamo già sommersi di informazioni, sovraesposti mediaticamente a cosa è, come si diffonde e perché dobbiamo stare a casa il più possibile. Però dobbiamo dare risposta, in quanto organo di informazione territoriale, a delle segnalazioni che ci arrivano, anche in forma anonima. Non sono poche le persone, infatti, che ci chiedono chiarezza su una questione in particolare: l’Italia è chiusa a tutti? O qualcuno fa come gli pare?

Italia chiusa, ma non a tutti

Nel video che vi mostriamo, un cittadino riprende via di Tor Vergata mentre passa un gruppo di ragazzi stranieri, provenienti dal vicino SPRAR (Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), che in barba al decreto del Presidente del Consiglio e alle sue norme restrittive, si incammina verso un negozio di alimentari che funge da bar, senza mascherine, senza mantenere il metro di distanza. Non è un fatto isolato. Succede sistematicamente ogni giorno, in molti quartieri di Roma e nel resto d’Italia.

La questione viene sollevata a livello politico da Fratelli d’Italia, nelle parole del capogruppo al Municipio VI, Nicola Franco: “La situazione la conosciamo tutti, purtroppo. La nazione sta vivendo un periodo di enorme difficoltà e viene giustamente richiesto il sacrificio di tutti – spiega telefonicamente Franco – Non capiamo quindi il motivo per cui sempre più cittadini ci segnalano la presenza di gruppi di stranieri che si assembrano davanti ai bar. Anzi, agli pseudo alimentari che in realtà vendono birra a questi gruppi, anch’essi gestiti da stranieri. I bar italiani restano chiusi e i bar con altro nome, gestiti da stranieri, restano aperti?”

Fonti della Polizia sottolineano esattamente questa difficoltà: il controllo degli SPRAR. Secondo la fonte, infatti, una grandissima fetta dei fermi effettuati in questi giorni, almeno nella città di Roma, siano persone uscite senza motivo dai centri SPRAR. “Le Forze di Polizia hanno la necessità, in questo periodo, di fare un pattugliamento stradale costante – continua Franco – perché è evidente che i ladri hanno come obiettivo i negozi chiusi, visto che le persone sono a casa tutto il giorno, tutti i giorni. Effettuare un controllo, fermare un uomo, portarlo in questura, denunciarlo, sono azioni che richiedono ore di tempo, che vengono sottratte al pattugliamento in strada”.

La proposta di Franco, allora, è molto semplice: “Proponiamo, come Fratelli d’Italia, di presidiare stabilmente i centri SPRAR, permettendo agli ospiti di uscire soltanto cinque alla volta. Anche perché, a differenza degli italiani, gli ospiti degli SPRAR non hanno necessità di uscire: gli alimenti sono passati dal centro, i farmaci pure. Dovrebbero uscire giusto per comprare le sigarette. Quindi si può benissimo far uscire un gruppo di persone alla volta: quando rientra un gruppo, esce un altro gruppo. Un po’ come facciamo tutti noi, in fila al supermercato. Il presidio – conclude Franco – potrebbe essere fatto dai Vigili Urbani, attingendo alle risorse straordinarie stanziate dal Bilancio statale, o dalla Protezione Civile o anche dall’Esercito. Magari il Sindaco Raggi potrebbe svegliarsi e chiedere maggiori risorse per il controllo delle strade, anziché scrivere Andrà Tutto Bene sul balconcino del Campidoglio”.

Flavio Quintilli

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