Cesare Battisti torna in Patria. Neppure la morte lo porterà in collina

Pluriomicida, comunista, terrorista, latitante. Un ritratto breve ma che fa capire chi è Cesare Battisti

Cesare Battisti è appena rientrato in Italia, a Roma: direzione carcere di Rebibbia. Un terrorista comunista, membro dei PAC, Proletari Armati per il Comunismo. La sua appartenenza politica gli ha permesso di prendersi gioco di un’intera Nazione, trovando asilo politico in Brasile dopo una latitanza tra Messico e Francia.

Nato nel 1954 a Cisterna di Latina, Battisti nasce come semplice mariuolo. Arrestato nel 1972 a Frascati per una rapina, fu nuovamente arrestato nel 1974 dopo per sequestro di persona e nel 1977 per aggressione a un Sottufficiale dell’Esercito Italiano. Questo episodio lo portò al carcere di Udine, dove conobbe i PAC.

I “compagni” a distanza di decenni lo hanno sempre difeso. L’ultimo questa mattina, Gennaro Migliore, che durante la trasmissione “L’aria che tira”, ha ritenuto di dover dire: “Secondo me nessuno può permettersi di dire “marcire in galera”. Nel 2004 molti “intellettuali” firmarono una petizione per chiedere la libertà di Cesare Battisti, come Vauro o Saviano. Negando i suoi crimini.

La felice latitanza di Battisti

Le condanne definitive vedono Battisti colpevole degli omicidi di:

  • Antonio Santoro, maresciallo del Corpo degli Agenti di Custodia, il 6 giugno 1978 a Udine. Il delitto fu rivendicato proprio dai PAC dopo che venne inizialmente attribuito alle Brigate Rosse. L’accusa dei comunisti era di maltrattamento ai danni dei detenuti.
  • Pierluigi Torregiani, gioielliere, il 16 febbraio 1979, del cui assassinio Battisti fu coideatore e coautore a Milano. Per recuperare la refurtiva aprì il fuoco contro dei rapinatori, e per il figlio la stampa lo dipinse come un giustiziere. Questo bastò ai comunisti per accusarlo di omicidio ai danni degli “Espropriatori proletari”.
  • Lino Sabbadin, macellaio, il 16 febbraio 1979, a Santa Maria di Sala in provincia di Venezia. Qui Battisti fu il palo dell’operazione, la copertura armata mentre il suo complice uccideva l’uomo. La sua colpa? L’appartenenza politica al Movimento Sociale Italiano.
  • Andrea Campagna, agente della Digos, il 19 aprile 1979 a Milano. Aveva partecipato ai primi arresti legati all’omicidio Torregiani, comparendo in televisione. Per i comunisti era sufficiente per condannarlo a morte. Battisti fu esecutore dell’assassinio, scaricando diversi colpi in pieno volto alla sua vittima.

Il bastardo già nel 1987 si vide cadere in proscrizione alcuni reati, come la detenzione di armi e l’aggressione. Fu arrestato soltanto nel 2007 in Brasile. L’ex presidente Lula negò all’Italia l’estradizione, e Battisti mandava in giro foto di lui che sorseggiava champagne. Un sorriso beffardo che ancora oggi sembra avere stampato in faccia.

Finalmente la cattura

Ottenne l’asilo politico in Brasile pochi anni dopo e fu addirittura scarcerato nel 2011. Il lupo perde il pelo, non il vizio: nel 2015 fu arrestato ancora in Brasile dopo l’annullamento del permesso di soggiorno. Di nuovo Battisti fugge e si dà alla macchia, per poi essere arrestato in Bolivia soltanto pochi giorni fa, il 12 gennaio 2019. Il presidente boliviano Temer gli aveva revocato lo status di residente permanente e ordinato l’estradizione. L’arresto si è reso possibile grazie alla collaborazione dell’Interpol: Polizia italiana, Criminalpol e Antiterrorismo.

Stamattina alle 12 è arrivato a Ciampino. Ad attenderlo i ministri Salvini e Bonafede. Nel frattempo, invece, i militanti di Gioventù Nazionale, movimento giovanile di Fratelli d’Italia, sono andati ad attendere Battisti al carcere di Rebibbia. Lì hanno aperto uno striscione: “Battisti: dopo anni di sole ora un bel po’ di fresco”. Proprio il partito di Meloni e Rampelli si è speso a lungo contro Battisti. La soddisfazione è tanta, ma non basta.

Rampelli, vicepresidente della Camera, chiede che “Non si consideri la cattura di Battisti come un punto d’arrivo ma di inizio. La cattura di Cesare Battisti – scrive in una nota Rampelli – abbandonato in questo momento da quell’intero circuito di fiancheggiatori della sinistra radical chic nostrana e mondiale, stabilisce definitivamente il passaggio del criminale comunista dalla condizione di martire a quella di carnefice. La verità e la giustizia devono essere assicurati alle famiglie delle vittime e se non accadrà sarà improponibile ogni fase di rielaborazione politica degli anni di piombo”.

Giorgia Meloni, con meno parole, chiede una sola cosa: #buttiamolachiave.

 

La Redazione

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