Roma, Paolo Pellegrin al Maxxi. Un’antologia fino al 10 marzo

Al Maxxi di Roma, fino al 10 marzo 2019, la mostra su Paolo Pellegrin. Un’antologia con oltre 150 fotografie

Paolo Pellegrin, mostra al Maxxi di Roma – 7 novembre 2018 / 10 marzo 2019.
Sara Fioravanti

La mostra al Maxxi di Roma, curata Germano Celant, è il frutto di due anni di lavoro sull’archivio del fotografo romano, uno tra i più importanti sulla scena internazionale. La mostra, sita nella galleria 5 del museo, è incentrata su molteplici immagini, inediti e vari contributi video; ripercorre, infatti, i venti anni della sua attività, dal 1998 al 2017.

Paolo Pellegrin (Roma, 1964) è membro del Magnum Photo dal 2005 nonché vincitore di 10 World Press Photo Award e numerosi altri prestigiosi riconoscimenti in tutto il mondo (Robert Capa Gold Medal Award, Premio Eugene Smith. Il grande fotoreporter è solito coniugare l’esperienza del testimone in prima linea con l’intensità visiva dell’artista. Il racconto intenso di Pellegrin si articola non solo sugli uomini, le guerre, le emergenze umanitarie ma anche su storie di grande poesia e sulla natura pulsante. Indaga l’essere umano, le sue relazioni con i luoghi, gli avvenimenti, gli altri esseri. Come lui stesso dice:

“Non mi interessa rubare una fotografia. Mi interessa invece, per quanto mi è possibile, vivere con le persone che fotografo […]. Ho un approccio antropologico: mi piace trovare temi e soggetti per raccontare le mie storie”.

Il buio e la luce è la metafora con cui il fotografo romano si è confrontato nel corso del tempo. Il percorso coinvolgente ed immersivo della mostra infatti ricalca moltissimo questa visione dei due estremi.

Nella prima parte domina il nero, con fotografie che vanno da Gaza a Beirut, da El Paso a Tokyo, da Roma a Lesbo, dalle gigantografie di tre prigionieri dell’Isis in attesa di essere processati, alla battaglia di Mosul, metafora di tutti i conflitti. Il suono reiterato del mare introduce alle visioni di Gaza e Guantanamo. C’è un’umanità sofferente, la guerra, le tensioni, la distruzione, ma anche l’intima bellezza dell’essere umano nell’espressione delle sue emozioni più profonde.

A seguire, ci si trova immersi, come da contrasto, in un ambiente molto luminoso, in una luce che sembra sublimarsi nel candore del ghiaccio dell’Antartide, nello sguardo di una giovane donna rom, nella potenza degli elementi della natura e nella spiritualità del rapporto atavico dell’uomo con essa, come accade nel bagno di due giovani palestinesi nel Mar Morto.

I due poli del percorso sono collegati da un passaggio che proietta il visitatore direttamente nella mente del fotografo: disegni, taccuini, appunti, fotografie, piccoli portfolio, danno conto del processo creativo che si fonda su ricerca, conoscenza, preparazione.

Vedere questa personale è un ottimo motivo per sentirsi accresciuti da così tanta bellezza e ricerca fotografica. Un peccato perdersela.

 

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