Sergio Ramelli, quando uccidere un fascista non era reato. La storia di Sergio rivive a fumetti con Ferrogallico.

Sono passati 43 anni dal 29 aprile 1975 quando Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù, fu brutalmente assassinato dagli estremisti di sinistra di Avanguardia Operaia

Sergio Ramelli non aveva ancora 20 anni quando fu brutalmente ucciso dagli estremisti di sinistra di Avanguardia Operaia. Sergio era di Milano, frequentava l’Itis Molinari e aveva il peccato di essere un ragazzo del Fronte della Gioventù, il movimento giovanile del Movimento Sociale Italiano.

Oggi si parla di bullismo e si condannano, giustamente, episodi scolastici legati allo schernimento e alle violenze psicologiche. Sergio non aveva nessuno a difenderlo da ciò che succedeva a scuola. Quando sulla lavagna della sua classe comparve la scritta “Ramelli fascista sei il primo della lista” nessuno provò a difenderlo. Nemmeno il professore, che iniziò la lezione come se nulla fosse accaduto.

Minacce e aggressioni erano il pane quotidiano per Sergio. A febbraio 1975 i genitori lo convincono a cambiare scuola. In quegli anni c’erano stati molti “incidenti” e la paura per Sergio si faceva grande. Ma venne marzo.

Il 13 marzo 1975 era sera quando Sergio stava parcheggiando, come sempre, il suo motorino sotto casa. Fu assalito da quello che oggi chiameremmo branco. A colpi di chiave inglese gli fracassarono il cranio, ne uscì materia cerebrale e poi la corsa in ospedale. Il 29 aprile 1975, dopo oltre un mese di agonia, Sergio si spense.

Uccidere un fascista non è un reato

Avanguardia Operaia, come gli altri gruppi estremisti di sinistra, era solita “schedare” i “fascisti”, e così fu per Sergio prima di ucciderlo. Davanti scuola fu fermato, gli fu sottratto il portafogli con la carta d’identità, gli si scattò una foto. E poi via a studiare le sue abitudini. Per uccidere.

Avanguardia Operaia, che di operaia ha solo il nome, aveva tra i suoi esponenti rampolli della media borghesia iscritti alla facoltà di Medicina di Milano. Nel covo di questa banda criminale e assassina, in viale Bligny, vennero trovate anni dopo anche le foto di chi ebbe il coraggio di partecipare al funerale di Sergio, scattate dalle finestre proprio di Medicina.

La storia di Sergio è commovente e riassume il dramma degli anni ’70. Un dramma a cui non è stata mai resa giustizia. Le bestie del branco furono catturate soltanto dieci anni più tardi e durante il processo nessuno degli aggressori di Sergio provò un benché minimo senso di orrore, di smarrimento o di pentimento. Infatti, all’epoca dei fatti, continuarono a pestare “fascisti” anche nei giorni in cui Sergio era all’ospedale e, nel 1976, erano ancora tutti insieme ad assaltare un bar dove ferirono decine di persone una delle quali rimase tutta la vita paralizzata.

Chissà se oggi gli assassini di Sergio si siano pentiti delle loro azioni. Alcuni di loro hanno fatto anche “carriera” in questi ultimi anni. Ferrari Bravo, uno dei due che materialmente uccise Sergio a colpi di chiave inglese, era diventato nel 2015 giornalista di “Liberazione”, quotidiano di Rifondazione Comunista. Antonio Belpiede invece è diventato addirittura primario in Puglia, come il “collega” Claudio Scazza, primario proprio a Milano presso il reparto di Psichiatria 3 di Niguarda.

La storia di Sergio a fumetti

La storia di Sergio non può essere dimenticata. Una storia da ricordare e da riscoprire, grazie al fantastico lavoro di Marco Carucci e Paola Ramella, che per la casa editrice Ferrogallico hanno realizzato la storia a fumetti di Sergio.

118 tavole, note alla fine del libro, testimonianze tragiche di chi ha vissuto quei momenti vicino a Sergio. Con la toccante prefazione di Claudio Salvini, Magistrato e già Giudice Istruttore del processo contro gli assassini di Sergio. Un processo che, guarda caso, era stato chiuso.

 

La Redazione

 

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