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Zingaretti sconfitto dopo aver vinto le elezioni. Regione Lazio senza maggioranza

Zingaretti ha 24 consiglieri, le opposizioni 26. Impossibile formare una maggioranza, Parisi, Lombardi e Pirozzi sembrano voler puntare a nuove elezioni

La “Pisana”, sede del Consiglio della Regione Lazio

Le elezioni del 4 marzo non hanno portato a una maggioranza in Parlamento, ormai noto a tutti. Meno noto, anzi affatto noto, è che neppure la Regione Lazio ha un vincitore. Ma come, non ha vinto Zingaretti? Sì, il centrosinistra ha preso più voti degli altri schieramenti. Ma non sufficienti per formare una maggioranza. È quindi ora di fare chiarezza, partiamo dai numeri.

Zingaretti, sostenuto da una coalizione di centrosinistra a trazione Pd, ha ottenuto poco più di un milione di voti, pari al 32,92% degli elettori. Il risultato ha fatto scattare un totale di 24 seggi sui 50 disponibili (compreso quello del Presidente eletto). L’opposizione ha i restanti 26, risultando perciò impossibile formare una maggioranza. Infatti il centrodestra ha ottenuto 6 seggi per Forza Italia, 4 per la Lega Nord, 3 per Fratelli d’Italia e 1 per Noi con l’Italia, per un totale di 14 più 1 per Parisi, candidato del centrodestra. Il Movimento Cinque Stelle ha ottenuto invece 10 seggi, arrivando perciò terzo nella competizione, e infine 1 solo seggio per Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice.

In una parola: ingovernabilità. Non è possibile formare alcuna maggioranza a meno che un consigliere, ne basta solo uno, non lasci il proprio gruppo per sostenere la coalizione di centrosinistra. Uno scenario tutt’altro che realizzabile, senza gridare subito a inciuci e scandali. Ci sono due fattori da considerare. Primo: lo stipendio del consigliere regionale, che ammonta a circa 7mila euro netti, a cui è difficile rinunciare. Secondo: un Parlamento ancora in bilico e che ha la priorità, per i partiti, sulle alleanze da portare avanti. Ci immaginiamo un esponente della Lega Nord sganciarsi dalla coalizione del centrodestra nel Lazio per appoggiare Zingaretti mentre Salvini in Parlamento cerca di fare l’esatto contrario? Lo potremmo immaginare di Forza Italia, qualcuno direbbe, ma anche qui: Berlusconi permetterebbe un “inciucio” regionale con il rischio di compromettere il governo nazionale? Poco sensato. Stesso dicasi per il Movimento Cinque Stelle. Sarebbe un suicidio politico per qualsiasi partito portare un appoggio esterno alla Regione Lazio. Servirebbe uno schieramento che non abbia interessi a livello nazionale. Uno che non sia esponente di partito. L’unico che potrebbe sostenere Zingaretti è Sergio Pirozzi.

Le mosse di Pirozzi e quelle di Parisi

Eppure proprio il sindaco di Amatrice ha lanciato la sua proposta: andare dal notaio e rinunciare all’incarico, per tornare al voto. Una direzione che non convince nel metodo né Stefano Parisi, né Roberta Lombardi. Quest’ultima ha dichiarato infatti al Messaggero di avere bisogno “di un po’ di tempo per parlare con gli altri eletti” e soprattutto con Luigi Di Maio. La soluzione offerta da Pirozzi, tuttavia, non è che uno specchio per le allodole: se un consigliere firma le sue dimissioni subentra semplicemente quello che ha preso più voti dopo di lui. In pratica se si dimettono 26 consiglieri ne subentrano 26.

Il centrodestra sta considerando quindi l’idea di far avviare la macchina della Regione, al momento ferma, per presentare una mozione di sfiducia. In questo modo, se il 50% più 1 dei consiglieri la approverà, il governatore Zingaretti, la sua Giunta e il Consiglio Regionale decadrebbero all’istante. Un piano perfetto per tornare al voto.

L’unica difficoltà è rappresentata dal risvolto politico. Far avviare la macchina della Regione significa votare la fiducia a Zingaretti alla prima seduta del Consiglio. Probabilmente il Movimento Cinque Stelle saprà sfruttare mediaticamente questa occasione per mettere in pessima luce tutte le compagini del centrodestra. Motivo in più per ritenere questa impasse assolutamente non risolvibile.

 

La Redazione

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