Referendum mobilità per Roma. Non limitare il sì e il no al giudizio su Atac

Domenica si vota il referendum per i due quesiti promossi dai Radicali sulla mobilità a Roma. Liberalizzazione o no? Pro e contro

Domenica si vota a Roma per il referendum promosso dai Radicali, dalle 8 alle 20. Il referendum consta di due quesiti sul trasporto pubblico, e chiede ai cittadini di Roma se vogliono o non vogliono liberalizzare il servizio. Il referendum è consultivo, il che significa che per essere valido deve raggiungere il quorum del 33% e che sarà il Comune a decidere cosa fare.

Vediamo i due quesiti:

Ora cerchiamo di capire cosa succede per entrambi. Riccardo Magi, deputato di +Europa, spiega che spetta sempre al Comune il compito di programmazione e controllo del servizio. Quindi il Comune di Roma Capitale decide cosa vuole e mette a gara il servizio così come lo ha programmato, per poi controllare l’operato dell’azienda o delle aziende vincitrici.

Nessun rischio per la qualità del servizio, insomma. Certo, Atac non ha brillato per qualità in questi anni, anzi: il servizio del trasporto pubblico a Roma è un disastro. Non a caso uno degli slogan del sì è “Basta Atac. Basta un sì”. Il rischio è quindi che i cittadini votino sì o no sulla base del loro giudizio su Atac. Ma a Roma non esiste già una liberalizzazione?

Esiste il TPL, trasporto Pubblico Locale, che gestisce il 20% delle tratte di Roma e che è un consorzio composto da tre soci: Umbria Mobilità, Cotri, VT Marozzi. Nata inizialmente per far fronte al Giubileo del 2000, la Roma TPL ha raggiunto ai giorni nostri un totale di 103 linee, per lo più periferiche. Nel 2010 ha infatti vinto la gara per la gestione dei lotti delle linee periferiche, mentre al centro il primato resta ad Atac. Si possono notare differenze tra le vetture Atac e TPL? Per un passeggero l’una vale l’altra.

Perché liberalizzare ulteriormente il servizio dovrebbe portare dei vantaggi?

Per Magi il sì “Darebbe all’amministrazione comunale maggior forza per esercitare quelle funzioni di programmazioni e controllo del servizio. Gestione che oggi non c’è perché il controllore e il controllato coincidono”. Questa osservazione è più che vera. Atac è una municipalizzata a socio unico: il comune di Roma Capitale. Come può il comune controllare se stesso?

Chi sostiene il no, in primis Movimento Cinque Stelle e Fratelli d’Italia, ritiene che questo non basti a garantire un servizio migliore. Secondo Enrico Stefàno, presidente della Commissione Mobilità di Roma “Si vuole far credere erroneamente che mettere a gara il trasporto pubblico con l’eventuale entrata di altri operatori porterà maggiore efficienza, ma non è così. La città sconta un deficit infrastrutturale”. Anche questa è un’osservazione difficile da constare. Se i mezzi restano quelli come si può credere di migliorare il servizio?

La risposta è insita in un’altra osservazione, o meglio: una domanda. Il debito di Atac, che a fine 2016 ammontava a 1,3 miliardi di euro, che fine farà? La risposta la dà sempre Magi, lasciando intendere che Atac o chi per lei andrà “divisa” dal suo debito. In altre parole il debito andrà a Roma, che non ha i conti proprio in regola. Aggravare ulteriormente il bilancio rischia di generare ulteriori difficoltà, a fronte di ingresso di privati e pubblici che non avrebbero in quel momento più nulla da perdere.

Servizio pubblico a costo zero per il nuovo gestore

Il sì offrirebbe quindi il servizio di trasporto pubblico di Roma a costo zero a chi parteciperà alla gara. Roma si prende i debiti, i nuovi gestori gli introiti. Attenzione, non è un male di per sé: con i soldi che i nuovi gestori risparmiano e guadagnano possono investire nel parco mezzi. Purché il Comune inizi a fare il suo lavoro: programmazione e controllo, per usare le parole di Magi.

Ricapitolando, il sì farà che: il debito di Atac ricada alle casse del Comune; le linee vengano lottizzate e messe a gara; il Comune non sia più socio unico e possa esercitare le funzioni di controllo; i nuovi gestori rispettino la programmazione del Comune; il costo dei biglietti e le tratte siano inalterati.

Un problema infrastrutturale, non solo di Atac

Il no manterrà lo status quo inalterato, almeno fino alla fine del contratto con Atac, che la giunta Raggi ha prorogato fino a fine 2021, ovvero a fine mandato Cinque Stelle. I sostenitori del no ritengono, come rilevato dal M5S, che il problema è nelle infrastrutture cittadine, non in Atac in sé. I nuovi gestori avranno sempre gli stessi problemi perché a Roma ci sono 58,8 km di metropolitana e 31 km di tram contro i 98,9 km di metro e i 170 km di tram di Milano (nonostante Roma abbia una superficie 8 volte più grande di Milano).

“A servizio invariato – spiega il comitato Mejo de NO – la liberalizzazione non è che la scelta di dove posizionare la produzione di debito. È chiaro quindi che le problematiche di redditività che oggi insistono sulla rete rimarrebbero del tutto inalterate e l’inserimento forzato di un regime di concorrenza in questo assetto accelererebbe il fenomeno di riduzione del servizio universale già in atto”. In altre parole: come possono i nuovi gestori guadagnare da un servizio che rimane allo stesso stato di redditività di Atac? Riducendo le corse.

Questa osservazione, fanno notare i sostenitori del sì, non può essere verificabile perché spetta al Comune la programmazione. Quindi non si possono ridurre le corse a meno che non sia il Comune stesso a permetterlo scrivendo un bando di messa a gara che lo concede.

Domenica si vota su queste tematiche, non sulla qualità di Atac. La comunicazione si sta invece incentrando tutta su indirizzare il voto contro Atac. Non è così. Liberalizzare il servizio porterà un guadagno a Roma? Sì o no?

 

La Redazione

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