Nazionalizzare Bankitalia. La proposta sovranista di Giorgia Meloni

Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia lanciano una proposta al Governo Lega Cinque Stelle: nazionalizzare la Banca d’Italia. La normativa lo permette, non ci sono ostacoli se non la volontà politica. Crosetto: “Non si capisce perché la Banca d’Italia non debba essere controllata dal ministero”

La legge 262 del 2005 permette di nazionalizzare Bankitalia, e la proposta di Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni sta proprio nella sua attuazione. La legge prevedeva la possibilità di trasferire allo Stato la proprietà e il capitale della Banca d’Italia. Non servono nemmeno cifre esorbitanti per nazionalizzare Bankitalia, lo prevede la stessa legge: trasferimento al valore nominale del 1936, pari ad appena 156mila euro.

Un sogno sovranista che l’Italia si riappropri della sua, e nostra, banca. Nel 1936 il valore nominale della Banca d’Italia era di 300 milioni di lire, convertibili a 156mila euro secondo Fratelli d’Italia. Eppure nei governi Letta e poi Renzi il valore era stato portato a 7,5 miliardi, tra 2013 e 2015. Una follia cui Fratelli d’Italia vuole porvi rimedio.

Per Guido Crosetto, uno dei fondatori d Fratelli d’Italia, ”Non si capisce perché la Banca d’Italia, che tra l’altro detiene le riserve auree del Paese, non debba essere controllata dal ministero dell’Economia o da soggetti pubblici”. A preoccupare l’esponente di punta del partito di Giorgia Meloni è la svalutazione subita dalla Banca negli anni. Precisa infatti: “La rivalutazione a 7,5 miliardi è stata una svendita alle banche che erano già partecipanti al capitale”.

Rivalutare il capitale ha fatto sì che le banche che partecipavano al capitale di Bankitalia avessero un balzo in avanti con le proprie azioni. Soggetti privati erano arrivati così a spolparsi la Banca d’Italia e che adesso vogliono essere ripagati. Ma di cosa? Meloni e Crosetto guardano avanti e arginano il problema.

Il nuovo statuto proposto da Fratelli d’Italia pone al 3% la quantità di quote possedute dai partecipanti al capitale di Bankitalia. All’epoca della svalutazione Letta-Renzi, invece sei azionisti detenevano l’83% del capitale. Oggi, dopo una prima riforma Letta, rimangono cinque soggetti sopra quota 3%, pari al 45% del capitale. Il Sole24Ore rivela che sono Banca Intesa, Unicredit, CariBologna, Generali e Carige.

Chiude Crosetto: “La nostra è una proposta rivolta a Lega e Cinque Stelle che erano d’accordo con noi. Vediamo se ci seguiranno”.

 

La Redazione

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